
Vadim - Il re delle luci
La pioggia cadeva battendo con forza sul ciottolato del vecchio bazar. L'aria era satura di odori che danzavano nelle sue narici. La puzza di marcio dei resti di un sacchetto dell'immondizia aperto si intrecciavano a quelli della pioggia estiva che stava raffreddando i sanpietrini che il sole aveva arroventato tutto il pomeriggio. A Skopje non erano frequenti i temporali estivi, ma Vadim non si sorprese. La pioggia era solo pioggia, acqua sui suoi vestiti logori e sui suoi piedi nudi. Coprì con le mani la scatola che aveva davanti a sé. Il cartone però era zuppo d'acqua e così decise di lasciar perdere. Le banconote erano arrotolate nelle mutande, al sicuro. Non che avesse racimolato granché, la pioggia aveva fatto correre via i passanti e la sua giornata si poteva dare per conclusa. Si alzò e si diresse verso la postazione del re. Era una buona postazione, una delle più contese della città. La chiamavano a cavallo del ponte. Da lì potevi dominare la piazza centrale e il vecchio Bazar, e sentirti un re per il resto della giornata. A Vadim piaceva sentirsi un re, così a gambe incrociate, prese un pezzo di cartone ormai zuppo di pioggia e lasciato dal precedente re della giornata, e si sedette esattamente dove il ponte inarca la sua schiena e ti regala la vista del fiume Vardar. Due piedi veloci si mossero di fronte a lui schizzando gocce d'acqua sporca sul suo viso e sulle sue mani. La donna camminava sotto l'ombrello, la testa bassa e il passo che ticchettava veloce sul ponte. Non si accorse nemmeno di lui. Ma Vadim era abituato alle persone che non si accorgevano di lui. Quando varcava la porta della sua casa dalle mura fucsia e verdi e lasciava il quartiere di Šutka il suo superpotere si attivava e lui diventava invisibile. Solo qualche volta, qualche bambino come lui, riusciva a vederlo. Vadim se ne accorgeva perché il bambino si stringeva ancora più forte nell'abbraccio del genitore e affondava il viso per non vederlo più. Faceva paura Vadim a molti bambini, anche se, a sei anni, era anche lui un bambino. Ma i superpoteri facevano paura a chi non li aveva, questo lui lo sapeva.
Un cane randagio grosso come il cavallo che lo zio Meemia usava per il carro di angurie, si avvicinò e gli annusò un piede. I baffi gli fecero il solletico e Vadim allungò la mano per accarezzargli il pelo. Il cane gliela leccò e quando capì che il suo amico non aveva nulla da condividere se ne andò zampettando giù per il ponte in cerca di un riparo e di un pezzo di pane. Vadim pensò che anche con gli animali il suo superpotere dell’invisibilità non funzionava. Loro avevano il naso speciale e lo vedevano sempre. Erano vecchi amici lui e quel cane. Gironzolavano per il vecchio bazar dove, tra i numerosi tavolini all'aperto, non era raro trovare qualche boccone o altre ricchezze, a volte soldi. Vadim non mangiava quasi mai quello che trovava per terra, qualche volta però non resisteva e cacciava in bocca quello che trovava, soffiandoci sopra almeno tre volte per pulirlo dallo sporco.
Le nuvole sembravano aver svuotato le loro pance dalla pioggia. Si sentiva il rumore del fiume che scorreva agitato sotto il ponte. Vadim guardò in alto e vide un uccello compiere un giro sopra la sua testa per andare a posarsi su un ramo dell’albero sulla sponda del fiume.
Raccolse il tamburello e titubante si alzò. La postazione del re era sua. Non era mai riuscito a prenderla fino a quel giorno. Era troppo piccolo e troppo lento quanto partiva la gara del piccolo esercito di mendicanti che lasciavano Sutka per dirigersi verso il centro città e ora non voleva abbandonarla. Si risedette. In lontananza vide le persone che uscivano dai caffè e dai ristoranti. Tra poco, alcuni di loro, avrebbero attraversato il ponte. Doveva concentrarsi al massimo per disattivare il potere dell’invisibilità. Chiuse gli occhi.
L’aria ora sapeva solo di pioggia. I suoi vestiti zuppi d’acqua gli si appiccicavano sulla pelle provocandogli un leggero brivido, i suoi piedi nudi strisciarono sul cartone lercio staccandone un pezzo ma Vadim non se ne curò.
Quando aprì gli occhi l’aria della sera lo stava avvolgendo come una coperta leggera.
Luci leggere danzavano sul riflesso dell’acqua lasciata dalla pioggia. I passanti si fecero lentamente più fitti. Vadim prese il tamburello e iniziò a battere le mani, con gli occhi cercava uno sguardo da agganciare ma le teste rimanevano dritte. La musica ritmata gli accendeva il cuore.
Cantò. Un canto caldo, nato dal cuore di un bambino che voleva sconfiggere il suo potere di diventare invisibile. Un piccolo zingaro divenuto re.
Un re invisibile vestito di luci riflesse.
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